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Alfa Romeo Giulia, la migliore berlina dell’ultimo decennio. E vi spiego perché

Lo dico subito, così non ci sono equivoci. È un’opinione personale, ma maturata in tanti anni passati a provare automobili e a vivere il mondo dei motori.

Per me l’Alfa Romeo Giulia è la migliore berlina dell’ultimo decennio.

Senza offesa per nessuno. Né per BMW, marchio che continuo ad ammirare da sempre, né per Mercedes, che oggi realizza alcune delle auto dal design più affascinante sul mercato, né tantomeno per Audi, Lexus, o le altre case che producono berline eccellenti.

Anzi, proprio perché conosco il valore di quelle vetture, credo che il giudizio sulla Giulia acquisti ancora più peso. BMW continua a essere un punto di riferimento assoluto nella dinamica di guida. Mercedes ha raggiunto livelli incredibili in termini di lusso e qualità percepita. Audi è una macchina perfetta sotto molti aspetti. Tutti costruttori che possono permettersi gamme immense, investimenti miliardari e decine di modelli. Alfa Romeo no. Quando la Giulia arrivò nel 2015, con le prime consegne nel 2016, il Biscione si giocava praticamente tutto. Non era semplicemente una nuova berlina: era la macchina che doveva dimostrare al mondo che Alfa Romeo non aveva dimenticato come si costruiscono automobili capaci di emozionare. E ci riuscì.

Finalmente tornava la trazione posteriore

Chi è davvero alfista ricorda perfettamente quei giorni. Per anni gli appassionati avevano chiesto una sola cosa: ridateci un’Alfa Romeo a trazione posteriore. Non era nostalgia. Era identità. La trazione posteriore fa parte del DNA del marchio. Significa equilibrio, precisione, piacere di guida. Significa mettere il guidatore al centro del progetto. Quando venne presentata la piattaforma Giorgio e si capì che la Giulia sarebbe tornata a scaricare la potenza sulle ruote posteriori, il cuore di tanti appassionati ricominciò a battere. Ed è forse proprio questa la sua vittoria più grande.

Una linea che non è mai invecchiata

Ci sono automobili che dopo cinque anni sembrano già appartenere al passato. La Giulia no. Guardatela oggi. Ha dieci anni sulle spalle e continua ad avere proporzioni perfette, un cofano lungo, uno sbalzo posteriore corto, superfici pulite e una personalità che ancora oggi la distingue nel traffico. È uno di quei rari casi in cui il tempo sembra essersi fermato. Non a caso nel 2018 arrivò anche il Compasso d’Oro ADI, il più prestigioso riconoscimento italiano nel mondo del design industriale. Un premio che non si vince per caso.

Una macchina costruita intorno al guidatore

Ma la Giulia non è diventata un riferimento perché è bella. Lo è diventata perché ogni componente sembra parlare la stessa lingua. Lo sterzo è ancora oggi uno dei più diretti e comunicativi che abbia mai provato. L’assetto riesce in qualcosa di difficilissimo: essere preciso senza diventare rigido. La distribuzione dei pesi è praticamente perfetta. La trazione posteriore completa un insieme che rende ogni curva naturale.È una macchina che non impressiona con gli effetti speciali. Ti conquista chilometro dopo chilometro. Ed è proprio questo che distingue le grandi automobili da quelle semplicemente ben costruite.

E poi c’è lei: la Quadrifoglio

Se la Giulia “normale” è una grande berlina, la Quadrifoglio appartiene a un’altra categoria. Il V6 2.9 biturbo da 520 cavalli è uno di quei motori destinati a entrare nella storia. Ogni accelerazione, ogni cambiata, ogni curva raccontano cosa significhi davvero costruire una sportiva italiana. Non è soltanto veloce. È viva. Ed è probabilmente una delle ultime automobili nate senza compromessi, progettata con un solo obiettivo: regalare emozioni.

Meritava molto di più

La verità è che la Giulia avrebbe meritato una carriera commerciale diversa. Forse Alfa Romeo è arrivata nel momento sbagliato, proprio quando il mercato stava abbandonando le berline per inseguire i SUV. Forse è mancata una gamma più ampia. Forse il peso dei marchi tedeschi era semplicemente troppo grande. Ma il valore di un’automobile non si misura soltanto contando quante ne sono state vendute.Si misura anche da quanto riesce a lasciare il segno. E la Giulia un segno lo ha lasciato eccome. Perché ha ricordato a tutti — italiani, tedeschi, giapponesi e coreani — che quando Alfa Romeo decide davvero di costruire un’automobile, è ancora capace di realizzare qualcosa che va oltre i numeri. Qualcosa che si guida con le mani. Ma soprattutto con il cuore.

 

Carlo Antonio Rallo

info@motoriedintorni.com

 

Alfa Romeo cuoresportivo Giulia giuliaquadrifoglio motoriedintorni 2026-07-29
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